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Giovedì, 10 Settembre 2015 10:03

Panopticon-Isola Santo Stefano

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Ogni periodo storico ha le sue teorie su come gestire la questione della sicurezza e delle modalità di detenzione. Nella seconda metà del ‘700 le tesi di Bentham erano quelle che andavano per la maggiore e prevedevano una modalità di controllo dei detenuti che poteva essere considerato un prototipo filosofico da usare per sorvegliare l’intera popolazione.

Il  progetto di carcere di Bentham prevedeva una costruzione a ferro di cavallo su tre piani con 33 celle ciascuno ed una sola torretta centrale dalla quale si poteva avere una completa panoramica su tutte le celle del penitenziario; il vantaggio era quello di poter utilizzare anche un solo poliziotto, anche se poi nasceva il problema di chi controllava il controllore.
Esiste anche in Italia un carcere costruito secondo queste teorie, voluto da Ferdinando IV di Borbone nel 1795 come esperimento per la detenzione perfetta ed eretto nell’isola di Santo Stefano (un isola deserta di fronte a Ventotene) ed ha “ospitato” i padri del Risorgimento (Silvio Spaventa, Luigi Settembrini), Gaetano Bresci (l’anarchico che uccise il re Umberto I) e moltissimi antifascisti tra i quali Sandro Pertini che dal 1929 ci stette per 14 mesi.
Le condizioni di detenzione erano pessime e in ogni cella di 4 metri per 4 vivevano 7-8 detenuti che per la maggior parte del tempo erano con i ceppi ai piedi, in un totale isolamento che portava depressione, follia e tassi di morte altissimi.
Ma dalla chiusura nel 1965 invece di essere considerato un monumento di inestimabile valore per la coscienza storica dell’Italia e divenuto uno dei tanti monumenti all’incuria e al degrado del nostro patrimonio culturale.
L’ ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo ha dichiarato patrimonio nazionale e l’Unione Europea lo ha decretato “patrimonio storico-artistico”, ma nonostante ciò le condizioni della struttura sono pessime, al punto che senza ristrutturazioni presto crollerà visto che i pilastri di molte arcate non esistono più.
Tipicamente italiano è il disinteresse e il rimpallo di responsabilità, nel 1992 il Tesoro lo dà in affidamento al Comune che incarica un’associazione di provvedere ai lavori di minima manutenzione assolutamente insufficienti per un sito che necessita di urgenti lavori. I progetti privati per rilevarlo sono naufragati anche perché l’isola è interamente sottoposta a vincoli di fascia A che non permettono neppure di fare un bagno.
Quindi che fare? Oltre all’indignazione possiamo ben poco, ma certamente questa situazione ci fa riflettere su quanto anche l’odierna condizione delle carceri sia dovuta alla totale mancanza di memoria storica.
Esiste comunque un’associazione che ogni anno organizza una visita sull’isola per ricordare i tanti carcerati morti durante la detenzione in questa struttura-modello e sepolti nel cimitero del penitenziario.

Fonte: La Stampa